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Federica Mingolla e La Sportiva presentano “Un nuovo mattino”

Intervista, racconto e video con protagonista l'atleta torinese

Alice Dell'Omo Scritto il
da Alice Dell'Omo

Federica Mingolla è nata a Torino nel 1994. È entrata nella storia della vertical da pochi anni per essere stata la prima donna italiana a scalare in libera Tom et Je Ris in Verdon, Digital Crack sul massiccio del Monte Bianco e in un sol colpo la “Via Attraverso il Pesce “in Marmolada. Oltre ad alpinismo e federale della FASI, si è laureata in Educazione fisica a Torino presso la SUISM.

Federica, ambassador La Sportiva, è oggi una delle donne italiane più interessanti nel panorama dell’arrampicata e dell’alpinismo europeo. Con Adriano Trombetta, suo mentore e membro della Guida Alpina di Torino, recentemente morto in un tragico incidente in montagna, scopre la sua passione per la roccia e si allontana dalle competizioni.

La passione di Federica per l’arrampicata nasce all’età di 14 anni in una palestra indoor, dove entra quasi per caso e subito l’istruttore che la osserva nota il suo grande talento e potenziale. Federica è stata Atleta Nazionale dal 2000 al 2014. Nel 2013 si è classificata seconda al Campionato Italiano Lead. Si è anche qualificata per il World Competition ma la crescente passione per l’outdoor, amore nato quando era molto piccola, l’ha spinta ad allontanarsi dal mondo delle competizioni. Nel 2014 scopre l’arrampicata su roccia ed è nata una nuova irresistibile passione: in soli due anni è migliorata velocemente fino all’8b+.

La sua specialità è l’arrampicata TRAD: “Il tipo di arrampicata che più mi affascina è la più mentalmente e pericolosa. Si chiama arrampicata TRAD o arrampicata tradizionale ed è quella che di solito si trova nelle big wall e praticata dai primi wall climber molto tempo fa. Bisogna essere concentrati e sincronizzati perché le protezioni spesso sono lontane e precarie ”.

Insieme a La Sportiva, Federica presenta il progetto “Un nuovo mattino“. Di seguito una bella intervista nella quale ci parla un po’ delle sue passioni, delle sue amicizie, dei suoi sogni e un approfondito racconto dove ci spiega cosa rappresenta “Un nuovo mattino”.

Intervista a Federica Mingolla

Che cos’è un “Nuovo mattino”?

Un nuovo mattino è la storia del rapporto che c’è stato tra me e Adriano Trombetta, guida alpina. In Valle dell’Orco, in contemporanea a Yosemite, è nato il concetto si arrampicata sportiva, non solo come raggiungimento delle croci di vetta, e sinonimo fatica, ma anche come senso dell’estetica, del provare piacere nel puro gesto atletico. Io ho iniziato a vivere la montagna, dopo avere lasciato il mondo delle gare, con Adriano, mio mentore, proprio in Valle dell’Orco. Adriano mi ha insegnato ad amare la montagna. Insieme a lui ho ripercorso le vie storiche della zona, ma anche quelle nuove, quindi con un’etica un po’ più sportiva, unendo l’estetica con la difficoltà, ricercando il grado insieme alla bellezza del granito. Il concetto di un nuovo mattino è la storia dell’arrampicata dal nostro punto di vista”.

Cosa rappresenta per te la montagna?

L’alpinismo è stato per me un punto di arrivo e mi regala sempre delle emozioni diverse. A differenza di quello che succedeva nel mondo delle gare, in montagna riesco a dare il massimo. Quando scalo e prima di un passaggio difficile mi dico “Federica scala, perchè ti piace scalare”. E’ ciò che mi dà energia, che mi ripeto in montagna da quando ho deciso di chiudere il capitolo delle gare e ho ricominciato a essere la Federica che conosco. Quella che scala con il sorriso perchè ama farlo“.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

“Vorrei andare in Patagonia, a gennaio e febbraio, e puntare a qualche via. Vorrei vedere queste pareti nel loro contesto maestoso e gigantesco. E’ un sogno che ho da tantissimi anni. Ho voglia di vivere l’alta montagna e le sue difficoltà“.

Un nuovo mattino, il racconto di Federica Mingolla

“La Valle dell’Orco è dove tutto è iniziato, è un luogo che rappresenta il mio grande amore per l’arrampicata e l’amicizia con le persone che reputo importanti, anzi fondamentali.

Fin dalla mia prima visita ho subito provato un’energia inspiegabile, una forza che tutt’oggi mi stimola a esplorare i miei limiti e a sognare l’altrove, lo sconosciuto. La Valle dell’Orco, a dispetto del nome, è un vero e proprio paradiso di granito per l’arrampicata, una corona di splendide montagne, una colata di massicci selvaggi che di stagione in stagione si trasformano in colori e profumi inediti.

La Valle dell’Orco è dove sono stata accolta e forgiata come “alpinista”, dopo un passato contraddistinto da gare sui muri artificiali e giornate spese alla ricerca del grado in falesia. La mia personalità ha iniziato a farsi strada e a crescere in un ambiente ignoto, accumulando esperienze che mi hanno resa la persona che sono oggi. In questo posto, ora posso dirlo, è come se ci fosse cresciuta la mia parte più importante. È stato un processo semplice e naturale, che fosse una giornata aiutando Andrea al rifugio delle Fonti Minerali a Ceresole o seguendo Adriano a realizzare le sue idee pazze o lungimiranti che fossero. Infatti la Valle dell’Orco è stata ed è tuttora per me un giro di persone senza le quali tutto sarebbe diverso, un diverso privo di significati profondi…

Ero ancora liceale quando ho messo per la prima volta il piede al Bside, allora infatti mi allenavo in Sasp, esattamente nel lato opposto della città.

Marzio Nardi l’ho conosciuto così, un giorno che avevo voglia di ampliare la mia visione del panorama arrampicatorio torinese. Appena l’ho conosciuto mi ha fatto subito una bella impressione: simpaticissimo, disponibile e modesto. Ho scoperto solo in seguito che era un fortissimo climber originario della Val di Susa. A me piaceva guardarlo danzare sugli appigli, elegante e leggerissimo, come se i piedi non toccassero gli appigli. Non ci volle poi molto perché diventasse un mio punto di riferimento e un ottimo stimolo per andare ad allenarmi nella sua palestra.

Adriano Trombetta, detto il Tromba, invece ha fatto la sua prima comparsa subito dopo che iniziai a conoscere meglio Marzio. In quel periodo proprio Marzio stava lanciando un nuovo brand di abbigliamento e mi chiese di entrarne a far parte come ambassador. È stato così che sono diventata atleta RockSlave e che ho contemporaneamente trovato la scusa e l’opportunità di scalare spesso assieme a loro. Marzio e Adriano furono le menti dei primi cosiddetti XP (experience =avventura) targati Rockslave, dei veri e propri viaggi esplorativi d’arrampicata nei luoghi meno conosciuti e con più potenziale del Bel Paese. Il primo di questi è stato nel Vallone di Unghiasse, in Val di Lanzo, luogo in cui ho finalmente potuto approfondire la mia amicizia con Adriano.

Mi ricordo bene quel nostro primo incontro: lui si è avvicinato gioioso, abbracciandomi e invitandomi a seguirlo per provare una linea che era ancora da scalare in libera, dicendomi che non vedeva l’ora di vedermi in azione perché i racconti di Marzio su di me lo avevano incuriosito. Era tutto contento di farmi sicura mentre provavo e riprovavo con la corda dall’alto quello che divenne per me il project dell’XP. Fu il battesimo del fuoco: un highball di 15 metri con una sola protezione nel mezzo. La linea era una legnata nei denti. Per ovvi motivi l’ho battezzata “Una volta e forse mai più”. Ovviamente non avevo la minima idea del rischio che avevo corso nello scalare una linea del genere, ma con la motivazione che fin da subito Adriano mi trasmise sono riuscita, forse per la prima volta nella mia vita, a staccare la testa e a scalare leggera, senza pensieri.

Dopo quell’esperienza ho capito che il Tromba sarebbe diventato un punto di riferimento nella mia vita; era una di quelle persone che la vita riusciva a stravolgertela. Il rapporto con Adriano fin da quel primo momento mi è sembrato consolidato, per me era stato come rincontrare un amico di vecchia data.

Un aneddoto divertente e che ricordo con piacere è quando proprio Adriano si inventò : “I cinque modi per uccidere la Ming”, ovvero una serie di salite caratterizzate dal fatto di essere tutte molto difficili e pericolose su cui lui avrebbe voluto vedermi in azione. Dopo aver fallito miseramente sulla prima di queste cinque salite in lista – uscendone fortunatamente solo con un insaccamento alla schiena che mi portai avanti per più di un mese -, decisi di lasciar perdere e pensai che stavolta Adri l’aveva sparata grossa. In conclusione, non proprio tutte le sue idee erano lungimiranti. Con un maestro come Adriano sarebbe impossibile raccontare una storia normale, perché di fatto lui non lo era, e a me lui piaceva proprio per questo: la sua libertà d’animo. È proprio su Adriano che si concentra questa storia, è il viaggio di unamicizia nata per caso tra delle rocce, fatta di sogni e di battaglie che si sono consumati nel giro di pochi e intensi anni che conservo nella mia memoria. Infatti per me l’arrampicata corre al di la di estenuanti allenamenti e di prestazioni della madonna – cosa che prima di conoscere Adriano non avevo per niente compreso – ma è prima di tutto avventura e un modo di vivere la montagna.

Nei tre anni successivi sono diventata la sua compagna di giochi, la sua “pedina” preferita. Io dal canto mio ne ero lusingata, perché Adriano era unico, in tutti i sensi, maestro e compagno di avventure. Mi portava a provare i suoi progetti incompiuti o mi incitava a provare vie che a parer mio erano al di sopra delle mie possibilità, insegnandomi l’arte e la passione dell’andare in montagna. In poche parole: lui credeva in me come nessun altro aveva mai fatto prima. Ripensandoci alle volte mi rendo conto di aver compiuto certe salite più per lui che per me, perché sapevo che ci credeva veramente. Contemporaneamente io volevo vedere i suoi occhi riempirsi di soddisfazione e di orgoglio, perché di fatto io da sola non ero in grado di credere nelle mie potenzialità.

Adriano è stato un mentore, una fonte d’ispirazione, un amico insostituibile, un folle che mi ha spinta a dare il tutto e per tutto. Ma era anche un uomo di cultura, un ottimo cuoco e tanto altro ancora. Non esistono mai abbastanza parole per descrivere un’amicizia sana e genuina come quella che ci ha unito. Adriano è morto il 17 febbraio 2017 in una valanga. Quando se n’è andato ha lasciato un vuoto incolmabile e un dolore straziante. Nessuno merita di morire giovane. Ho provato incredulità, rifiuto, rabbia. La realtà ha iniziato ad essere distorta e la scalata per un periodo non ha avuto lo stesso sapore, era priva di significato.

Era come se tutto il divertimento e il senso di benessere che mi trasmetteva prima l’arrampicata all’improvviso si fosse trasformato in senso di inutilità e rabbia, non c’era più motivo di allenarsi se non c’era più il mio amico, semplicemente non credevo più in niente. Ma nonostante questo non ho smesso di scalare: Adriano non me lo avrebbe perdonato. Gli amici in questo frangente sono stati fondamentali per potermi risollevare.

Uno di questi è stato Andrea Migliano. La sua amicizia ha di nuovo portato il sole nelle mie giornate. Andrea è un giovane ragazzo di Como che ha scelto la Valle dell’Orco come sua casa e posto di lavoro presso il Rifugio Le Fonti Minerali, di cui è proprietario. Fin da quando ci siamo conosciuti, sempre grazie ad Adriano, ci siamo subito riconosciuti in una perfetta sintonia sia in cordata che la sera davanti a un bicchiere di rosso. Andrea è l’amico migliore che ho al momento e quello con cui partirei ad occhi chiusi senza sapere la destinazione. Un’amicizia così è stata ed è tuttora molto preziosa e, soprattutto, una connessione con il Tromba. È stato proprio insieme ad Andrea che sono ritornata a scalare su quelle pareti che non avevo più avuto il coraggio di affrontare, non senza Adriano. Abbiamo cercato insieme e abbiamo ritrovato un serenità che credevamo perduta per sempre, ricordando il nostro amico scomparso nella maniera che lui avrebbe apprezzato maggiormente: scalando. Non esiste cosa più vera che il dolore, se condiviso, svanisce delicatamente. Una nuova consapevolezza tampona le ferite e restituisce dignità alle nostre vite e al ricordo delle persone a noi care, in un retrogusto agrodolce. È stato in questo momento che ho deciso, dopo svariati inviti dello stesso Adrea, di andare a riprovare Itaca nel Sole, la via più estetica e dura dell’intero Caporal e uno degli ultimi problemi della valle da ripetere per me in libera. La prima volta che ho tentato di scalarla era il 2016 e fu, ovviamente, un’idea del Tromba. Ricordo bene l’eccitazione di Adri all’idea di vedermi realizzare il “problema” del Caporal, simbolo del Nuovo Mattino. Itaca nel Sole non è solo una via difficile, ma una pietra miliare dell’arrampicata moderna. Tutti conoscono la storia di Giampiero Motti e il movimento del Nuovo Mattino, ma non tutti sanno che Itaca nel Sole fu per lo stesso Giampiero il suo ultimo viaggio nonché capolavoro perfetto: estetica, godimento nell’arrampicata, difficoltà tecnica, raggiungimento di una cima simbolica e non di una croce di vetta, armonia dei gesti dell’arrampicata e aggiungerei leggerezza di spirito. Tutti questi valori, oltre che a dei bellissimi e personali ricordi della mia vita, erano racchiusi in un centinaio di metri di roccia.

Con lo stesso Andrea nel maggio del 2020 siamo andati a concludere una via che avevamo iniziato poco dopo la scomparsa di Adriano nell’autunno 2017, proprio di fianco al Monte Castello, la parete su cui Adri aveva aperto moltissime vie. La via ha preso il nome di “Gli amici di via Pò” su Punta Phuc, proprio perché io e Andrea ci siamo conosciuti sul terrazzo del Tromba che si affaccia su via Pò, pasteggiando con del buon vino e qualche costoletta di agnello.

Non c’è cosa più bella del realizzare ciò che ami con una persona a cui tieni moltissimo e con cui condividi dei ricordi. Son sicura che scalando su quella parete, in apertura, nella bella e selvaggia Valle dell’Orco entrambi pensavamo al nostro amico Tromba e questo ha reso tutto molto più magico.

Le storie che si sono consumate e che si intrecciano sulle sue montagne, sulle sue pareti e nei suoi rifugi ne fanno il posto che più amo al mondo.

Quindi, a questo punto, se vi é salita la curiosità, vi lascerei alla visione del film dato che penso anche che le immagini, più delle parole, possano descrivere meglio la mia storia, la nostra storia”.

Su Federica Mingolla: Bio, video, curriculum sportivo

“Un nuovo mattino”: produzione La Sportiva, regista Matteo Pavana

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